Sentenze e Decreti

I principali provvedimenti giurisdizionali a cura dell’Associazione Acogi.

Non è la prima volta che il Consiglio di Stato respinga il ricorso di una sala da gioco contro le ordinanze comunali confermando la sentenza del Tar (http://cifonenews.it/il-consiglio-di-stato-respinge-ricorso-di-una-sala-gioco-di-ercolano-contro-ordinanza-comunale-di-rimuovere-slot/). Questa volta è successo a Venezia.

Il CdS ha respinto l’istanza cautelare di una società contro il Comune di Venezia per la riforma della sentenza breve del Tar Veneto concernente domanda di annullamento provvedimento di chiusura di una sala giochi e della norma regolamentare comunale presupposta.I giudici inoltre ritengono rilevante “la circostanza di fatto evidenziata dalla difesa del Comune, circa la mancanza di distanza minima rispetto a due sedi scolastiche, che priva di fumus boni iuris la censura concernente il difetto di ragionevolezza del Regolamento”.

Per i giudici non ci sono dubbi e sentenziano: “Pur essendo meritevole di approfondimento in diritto la questione interpretativa dell’art. 6 del Regolamento comunale, le circostanze di fatto esposte nella memoria del Comune appellato sulla soluzione di continuità tra le gestioni della sala giochi inducono a ritenere, allo stato, insussistente il requisito del fumus boni iuris”, ossia manca il requisito necessario per ottenere la tutela cautelare.


Per il Tar Puglia le associazioni sportive dilettantistiche non rientrano tra i luoghi sensibili. Così i giudici amministrativi hanno hanno accolto un ricorso contro il provvedimento con cui il Questore di Lecce ha rigettato un’istanza relativa alla richiesta di licenza per il trasferimento dell’esercizio di un punto di raccolta scommesse in quanto avrebbe violato la distanza di 500 metri, prevista dalla legge regionale pugliese, da una associazione sportiva privata.

“Un centro di danza gestito da un’associazione sportiva dilettantistica, essendo assimilabile ad una palestra privata o, comunque, ad una struttura privata che offre attività sportive accessibili ai soli associati, non sembra rientrare tra i cc.dd. ‘siti sensibili'” si legge nell’ordinanza.

Inoltre i giudici del Tar Puglia osservano che “non sembra” che l’articolo 7, comma 2 della legge regionale n. 43/2013 “(norma di divieto e, quindi, di stretta interpretazione) includa nel novero dei cc.dd. ‘luoghi sensibili’ anche le associazioni private (sia pure svolgenti attività rivolte a fasce di età giovanile)” e che “il fenomeno della libera aggregazione privata è estremamente diffuso e capillare (nei più disparati settori), nonché a carattere contingente e ‘variabile’ nell’organizzazione e nelle finalità (si pensi alle possibili modifiche statutarie, non soggette al controllo della P.A.), l’opposta interpretazione, rendendo oltremodo gravoso ed eccessivamente ampio il divieto in questione, potrebbe portare ad esiti ‘paralizzanti’ dell’attività economica de qua, come quella svolta dalla ricorrente (comunque, lecita), con i conseguenti possibili profili di incostituzionalità della disposizione regionale medesima”.


Il Tar Lombardia ha respinto il ricorso di un ctd contro l’ordinanza del Questore di Milano di cessazione dell’attività di trasmissione dati inerenti scommesse a quota fissa su eventi sportivi.

“Risulta evidente – si legge nella sentenza – che l’operato della Questura è immune dalle censure dedotte, essendo chiaro che il ricorrente non è legittimato a svolgere l’attività di intermediario per la raccolta di scommesse da parte di un allibratore straniero sprovvisto della necessaria concessione Aams e della licenza ex art. 88 Tulps. Le censure, pertanto, vanno tutte respinte”. I giudici amministrativi hanno evidenziato come “la giurisprudenza nazionale, da cui il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi, ha affermato che il Ctd non potrebbe in ogni caso svolgere l’attività per cui è stata chiesta l’autorizzazione, senza la qualificata presenza nel nostro ordinamento del soggetto nel cui interesse agisce. Con il meccanismo predisposto (attraverso un Ctd intermediario, come nella fattispecie), ove lo Stato italiano lo consentisse, il reale gestore del mercato potrebbe svolgere la sua attività all’estero senza sottoporsi a controlli e verifiche, agendo attraverso l’intermediatore, rispetto al quale nessuna responsabilità sarebbe ipotizzabile, ingenerando incertezze presso gli stessi scommettitori. Anzi, tale incertezza costituisce di per sé un valido e sufficiente motivo di ordine pubblico per denegare l’autorizzazione”.


Non c’è dubbio per i giudici del Tar Campania: nessuna licenza ex art. 88 Tulps per la raccolta di scommesse se non c’è buona condotta . Così il Tribunale Amministrativo Regionale, sezione staccata di Salerno, ha respinto un ricorso contro il diniego della licenza. Nella sentenza si legge che il questore avrebbe “ragionevolmente” negato il rilascio della richiesta di autorizzazione: “le circostanze evidenziate dalla Prefettura, tra le quali sono indicate sia le segnalazioni a carico del suo prossimo congiunto relativamente a delitti attinenti al traffico di stupefacenti e contro il patrimonio, sia la frequentazione, da parte dello stesso ricorrente, di soggetti segnalati per la medesima tipologia dei delitti, sono, invero, tali da supportare la rilevata carenza del requisito della buona condotta che osta al rilascio della richiesta autorizzazione”. Inoltre “le segnalazioni ed i procedimenti pendenti a carico del congiunto costituiscono elementi ulteriori ed aggiuntivi rispetto alle segnalazioni a carico dello stesso, trattandosi dunque di circostanze che valgono a completare il quadro complessivo da cui la Questura, stante la frequentazione da parte del ricorrente di contesti connotati da evidenti contiguità delinquenziali per delitti di particolare allarme sociale, ha dedotto la mancanza, in capo alla richiedente, del requisito della buona condotta”. Infine si rimarca come “la giurisprudenza amministrativa è costante nell’affermare l’esistenza di un potere ampiamente discrezionale dell’Amministrazione circa la valutazione del requisito di buona condotta e affidabilità del soggetto richiedente un’autorizzazione di polizia”.


“Dovevano rispettare le distanze minime dai luoghi sensibili perchè considerate nuove installazioni”. E’ quanto ha sentenziato il Tar Friuli Venezia Giulia bocciando il ricorso intentato da una sala slot di Pordenone, confermando l’ordine del Comune di rimuovere gli apparecchi.

Nonostante la titolare fosse subentrata nella gestione dell’esercizio nel 2016, presentando una regolare Scia al Comune, successivamente però aveva disdetto il contratto con il precedente concessionario delle slot, e ne aveva siglato un altro con una compagnia differente. A quel punto il Comune ha intimato la rimozione delle slot, spiegando che le macchine dovevano essere considerate “nuove istallazioni” e quindi dovevano rispettare le distanze minime dai luoghi sensibili. Per il giudice, l’operato del Comune è corretto. Ricorda infatti che la legge regionale sul gioco del 2014 equipara a nuove istallazioni le slot, quando si procede alla “stipulazione di un nuovo contratto, anche con un differente concessionario, nel caso di rescissione o risoluzione del contratto in essere”. In sostanza, la titolare ha dato “perciò luogo alla fattispecie di nuova installazione, testualmente prevista dalla disciplina richiamata”.


“Malgrado le acute ed articolate considerazioni contenute nel parere pro veritate reso da un celebre psichiatra volte a comprovare l’inadeguatezza della riduzione degli orari di apertura degli esercizi, ai fini del contrasto alla ludopatia, la giurisprudenza oramai unanime è tuttavia assestata nel ritenere che un’illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco, accresce oggettivamente il rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza (…), risultando pertanto la misura adottata idonea allo scopo perseguito, consistente nella prevenzione, nel contrasto, e nella riduzione del gioco d’azzardo patologico”. Per questo e altri motivi ancora i giudici del Tar Lombardia hanno respinto il ricorso di un operatore contro il regolamento sui punti di gioco del Comune di Milano con il quale vengono introdotte restrizioni agli apparecchi da intrattenimento (orari ). Inoltre “Non ha alcun rilievo il richiamo all’Intesa raggiunta in sede di Conferenza Unificata del 7.9.2017, poiché detto atto è in realtà successivo all’emanazione dei provvedimenti impugnati, che non potrebbero pertanto essere annullati, in quanto contrastanti con il medesimo”.
Il regolamento in questione è del 2014.

Una sentenza che non lascia appigli.
In particolare, osserva il Collegio che “l’idoneità dell’atto impugnato a realizzare l’obiettivo perseguito deve essere valutata tenendo presente che la sua finalità non è quella di eliminare ogni forma di dipendenza patologica, che a ben vedere, può trovare origine in altri giochi leciti, come il lotto, il superenalotto, i giochi on line, ecc. (….), ma solo quello di prevenire, contrastare e ridurre il rischio di dipendenza patologica derivante dalla frequentazione di sale da gioco o scommessa, e dall’utilizzo di apparecchiature per il gioco”. Inoltre “(….) la giurisprudenza ritiene che nell’attuale momento storico la diffusione del fenomeno della ludopatia in ampie fasce della società civile costituisce un fatto notorio, o comunque, una nozione di fatto di comune esperienza, come attestano le numerose iniziative di contrasto assunte dalle autorità pubbliche a livello europeo, nazionale e regionale”.

In conclusione “l’Amministrazione resistente non aveva dunque nessun obbligo di confrontarsi preventivamente con le associazioni di categoria degli operatori del settore, né tantomeno con i singoli soggetti interessati, quale la ricorrente”.


La Terza sezione del Tar di Lecce ha accolto l’istanza cautelare di una sala scommesse e vlt alla quale era stata intimata la chiusura immediata in considerazione del divieto sancito dall’art. 7 comma 2 della legge regionale pugliese (43/2013) in tema di distanziometro. La motivazione è chiara: “Un’interpretazione troppo stringente del Regolamento sui giochi rischia di paralizzare un’attività economica lecita e per questo motivo non possono essere considerati come luoghi sensibili le associazioni private”. Per i giudici infatti “la citata norma regionale (nel prevedere che l’autorizzazione all’esercizio delle sale da gioco e all’installazione di apparecchi da gioco lecito “non viene concessa nel caso di ubicazioni in un raggio non inferiore a cinquecento metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette”), appare riferirsi, con carattere di tassatività, a luoghi (tendenzialmente) aperti al pubblico o in cui vengono svolti servizi pubblici o, comunque, attività di primario rilievo pubblicistico”. Per questo “non sembra, quindi, che il menzionato art. 7, comma 2 della Legge Regionale n. 43/2013 (norma di divieto e, quindi, di stretta interpretazione) includa nel novero dei cosiddetti “luoghi sensibili” anche le associazioni private (sia pure svolgenti attività rivolte a fasce di età giovanile)”. Inoltre, considerato pure che il fenomeno della libera aggregazione privata “è estremamente diffuso e capillare (nei più disparati settori), nonché a carattere contingente e ‘variabile’ nell’organizzazione e nelle finalità (si pensi alle possibili modifiche statutarie, non soggette al controllo della P.A.), l’opposta interpretazione, rendendo oltremodo gravoso ed eccessivamente ampio il divieto in questione, potrebbe portare ad esiti ‘paralizzanti’ dell’attività economica come quella svolta dalla ricorrente (comunque, lecita), con i conseguenti possibili profili di incostituzionalità della disposizione regionale medesima”. Nella fattispecie concreta in esame, “il ‘Centro di danza’ essendo assimilabile ad una palestra privata o, comunque, ad una struttura privata che offre attività sportive accessibili ai soli associati, non sembra rientrare tra i cosiddetti ‘siti sensibili’ di cui all’art. 7, comma 2 della Legge Regionale n. 43/2013”. Per questi motivi “ritenuto sussistente il pregiudizio grave e irreparabile allegato dalla parte ricorrente il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Terza accoglie l’istanza cautelare e per l’effetto sospende l’efficacia degli atti impugnati. Fissa per la trattazione di merito del ricorso l’udienza pubblica del 2 ottobre 2019”.


Il 27 luglio dell’anno scorso il Tribunale di Como aveva dichiarato  fallito il Casinò di Campione d’Italia. Ma oggi la Corte d’Appello di Milano, che ha accolto l’istanza presentata da Comune e Banca Popolare di Sondrio, ha annullato la sentenza. Secondo i magistrati dell’appello il Tribunale di Como ha violato il principio del contraddittorio nel procedimento che lo ha portato a dichiarare il fallimento del casinò. La casa da gioco infatti aveva presentato un’istanza di concordato preventivo in bianco, e la legge fallimentare prevede che il giudice prima di dichiararne l’inammissibilità debba obbligatoriamente sentire il debitore. Al Casinò “è stato impedito di interloquire con concorrente violazione del principio di contraddittorio prima della dichiarazione di fallimento”. Pertanto secondo la Corte d’appello “la procedura che ha condotto all’emissione del decreto” è nulla e deve “essere rinnovata restituendo al Casinò di Campione la possibilità di esercitare appieno tutte le prerogative consentite in via generale dall’ordinamento in pendenza del termine per la sua audizione fatto salvo il giudizio del tribunale sull’eventuale inammissibilità di domande nuove laddove possibili di tradursi in abuso del diritto”. Audizione ritenuta dai giudici “indispensabile per la dichiarazione di fallimento”. Passaggio che invece il Tribunale di Como ha omesso: “Il procedimento appare viziato per essere stata la parte privata della possibilità di esercitare appieno le sue difese”. La questione torna quindi adesso al Tribunale di Como, perché “si pronunci sulle domande proposte”.

“Deve ribadirsi che la forma di gioco concretamente limitata – ossia quella mediante apparecchi con vincite in denaro – presenta comunque una specifica pericolosità. La misura risulta, perciò, adeguata allo scopo, in quanto consente, mediante la limitazione degli orari di funzionamento degli apparecchi, la riduzione delle occasioni di gioco”. E’ quanto ribadito in più sentenze del Tar Lazio che ha respinto tutti i ricorsi avanzati da alcune società contro l’ordinanza sui limiti orari emessa dal Comune di Roma.

I giudici amministrativi hanno spiegato: “E ciò in funzione della tutela dell’interesse costituzionalmente primario alla salute, prevalente rispetto alla tutela della libertà di iniziativa economica privata, la quale, ai sensi dell’articolo 41 della Costituzione, trova il proprio limite nell’utilità sociale. È, infatti, evidente che un’illimitata o incontrollata possibilità di accesso al gioco accresce il rischio di diffusione di fenomeni di dipendenza, con conseguenze pregiudizievoli sia sulla vita personale e familiare dei cittadini, sia a carico del servizio sanitario e dei servizi sociali, chiamati a contrastare patologie e situazioni di disagio connesse alle ludopatie. L’efficacia della determinazione assunta si rivela, poi, anche in considerazione della specifica finalità di tutela delle fasce giovanili. Secondo quanto evidenziato nelle motivazioni del provvedimento, gli orari di funzionamento degli apparecchi sono stati infatti congegnati ‘anche nell’ottica di contrastare l’insorgere di abitudini collegate alla possibilità di utilizzo degli apparecchi stessi da parte degli studenti, con particolare riferimento agli orari di uscita dalle scuole’. Risulta parimenti rispettato il principio di proporzionalità, così come appare garantito un equo contemperamento degli interessi: da una parte la tutela della salute e del benessere individuale e collettivo, dall’altra la libertà di iniziativa economica e la tutela del lavoro”. Inoltre, si legge ancora nella sentenza, “occorre rilevare che l’ordinanza impugnata determina gli orari di funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago con vincita in denaro, ovunque installati e collocati, mentre non disciplina i giochi che non avvengono tramite apparecchi o che non erogano vincite in denaro. Conseguentemente, le limitazioni orarie non riguardano l’apertura e la chiusura delle sale, ma solo il funzionamento degli apparecchi con vincita in denaro in esse eventualmente installati. Gli operatori economici possono quindi continuare a tenere gli esercizi aperti negli orari di spegnimento degli apparecchi, svolgendovi altre attività.D’altro canto, l’uniformità degli orari per il funzionamento degli apparecchi per tutte le tipologie di esercizi che possano prevederli (ossia a prescindere dalla circostanza che si tratti di esercizi destinati anche ad altre attività economiche o di gioco), così come l’orario indifferenziato per tutto il territorio comunale, appaiono ragionevolmente giustificati e del tutto proporzionati rispetto all’intento di prevenire la trasmigrazione degli utenti dall’una all’altra tipologia di esercizi, ovvero dall’una all’altra zona del territorio comunale, fenomeni che verosimilmente si verificherebbero invece in caso di diversificazione di orari e di zone.Tanto a ulteriore riprova della logicità e della proporzionalità delle limitazioni orarie imposte dall’ordinanza impugnata, le quali risultano peraltro del tutto in linea con le misure adottate da altri comuni e che sono state ritenute legittime, anche di recente, dalla giurisprudenza (cfr., per tutte, Cons. Stato n. 3382 del 2018, cit.)” .


Il Tar Liguria ha confermato il diniego al rilascio della licenza ex art. 88 del Tulps per l’esercizio di trasmissione dati per conto di un bookmaker austriaco.
Secondo i giudici amministrativi si rileva “l’assenza di un rapporto di affiliazione commerciale tra il punto vendita e l’operatore austriaco, prodromico al rilascio della licenza cui all’art. 88 Tulps. Donde l’insussistenza dei presupposti per la concessione dell’autorizzazione questorile in parola e l’illegittimità del provvedimento gravato”.

Nello specifico la sentenza chiarisce che: “La licenza di polizia in conformità all’art. 88 Tulps, così come da ultimo interpretato dalla Corte di Giustizia, può essere rilasciata o ai soggetti concessionari/autorizzati da parte dei ministeri o altri enti ovvero ai soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare dell’autorizzazione in forza della stessa concessione/autorizzazione. Nel caso di specie, non ricorre né l’uno né l’altro requisito; da una parte, vero è che la società austriaca risulta titolare della concessione italiana rilasciata dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, tuttavia, per converso, non risulta essere titolare della licenza di Pubblica sicurezza; dall’altra parte, mancano in capo alla società del ricorrente i requisiti (verbali di verifica amministrativa) di cui agli artt. 14, comma 5 lett. c) e 20 della summenzionata concessione, valevoli a qualificare tale società come ‘incaricata’ da quella straniera”. Questa la motivazione con cui il Tribunale amministrativo ligure ha respinto il ricorso della società per l’annullamento del decreto con cui nel 2014 il questore della Provincia di La Spezia ha respinto l’istanza volta ad ottenere il rilascio della licenza.