21 Mar 2016 | Archivio Newsletter

Il recupero attraverso la terapia di gruppo

“…..omissis ………non renderà più felici una persona ma riconsegnerà l’infelicità comune”

[Freud]

Non esiste espressione più adeguata per definire lo spirito della terapia di gruppo soprattutto in materia di gioco d’azzardo patologico e per suggerire che non esistono lidi sicuri dove sostare né tempi per arrendersi.

La validità del percorso comune viene confermata dalla testimonianza resa ad Acogi, in forma anonima, da un giocatore il quale sottolinea l’importanza della forza e del coraggio del gruppo e non del singolo.

Compito e obiettivo comune rappresentano il vincolo che unisce i giocatori in un percorso segnato da un destino comune di sofferenza perché la salvezza si raggiunge insieme proprio attraverso il coraggio di raccontarsi al gruppo senza riserve e né inibizione.

– “E’ importante che i membri del gruppo si regalino momenti di leggerezza programmati attraverso la poesia e la letteratura come potenti antidepressivi efficaci contro solitudine e sofferenza” – afferma il nostro giocatore anonimo all’indomani del quarto anno di astinenza dal gioco.

Nessun medico, nessuna sostanza ma solo confronti spontanei come risorsa naturale dell’essere umano alla ricerca di una crescita personale attraverso il miglioramento delle relazioni interpersonali ed in favore della libertà di espressione.

Gli individui imparano ad ascoltarsi perché abbassano le proprie difese creando così nuove idee che arricchiscono, passo dopo passo, il proprio percorso terapeutico di cura di se stessi.

La terapia di gruppo non riguarda solo il giocatore o ex giocatore ma anche i suoi familiari i quali devono interagire per favorire la comunicazione portando alla luce sofferenze ed emozioni nascoste.

A tal proposito il dott. Rolando De Luca, coordinatore dell’esperienza di gruppo di Campoformido nonché psicologo e psicoterapeuta, sostiene che in un contesto di sofferenza e dolore è importante creare un clima che abbassi l’ansia e l’ostilità come può essere offerto da uno spazio minimo autogestito da coloro che chiedono aiuto e arrivano in terapia in condizioni disperate.

“Non esistono né carnefici e né vittime ma solo storie familiari che affondano le loro radici in tante generazioni precedenti – conclude De Luca”.


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